Brucia, eccome se brucia, la sconfitta di Rutelli e del PD a Roma, forse perfino di più dell’eliminazione della Fiorentina dalla Coppa Uefa. Brucia, amici e compagni, molto di più della sconfitta nazionale, perché quest'ultima era nelle attese, perché il dubbio che non avessimo esattamente recuperato i punti percentuali che ci separavano dal centrodestra era un retropensiero che molti di noi avevano forse occultato, ma non dimenticato.
A Roma, però, proprio no, non ce l’aspettavamo, c’era il risultato di appena due anni fa riportato da Veltroni, l’idea che Roma fosse un modello di buon governo da imitare e che, comunque, cinque punti di differenza (tanti erano quelli di vantaggio di Rutelli al primo turno) rappresentassero un margine difficilmente colmabile. E, invece, sappiamo tutti come è andata… con tanto di saluti fascisti sotto il Campidoglio, che sarà ora affidato alla guida di Alemanno, che pure mi sembra essere un ottimo politico.
Ce ne vorrà per digerire questa ennesima (forse la peggiore) doccia fredda. Ma, intanto, come hanno fatto alcuni amici, mi preme provare ad analizzare le ragioni di questa tragedia. Intendiamoci: l’analisi del voto è un po’ come la formazione della nazionale, tutti dicono la loro, tanto non c’è controprova, a volte si dice tutto e poi il contrario di tutto, e il bello è che probabilmente si ha sempre ragione. Perché analizzare i flussi del consenso è sempre un esercizio difficile, complesso, perché nell'analisi delle motivazioni del voto ci può stare davvero di tutto: la capacità (o l’incapacità) di governo, la buona (o la cattiva) comunicazione, l’immagine, la paura, l’insicurezza o la percezione dell’insicurezza, la simpatia del candidato, la notizia o il reato dell’ultima ora che possono spostare quote importanti di elettorato.
E allora provo a dire la mia, tanto nessuno mi potrà smentire, cercando di cogliere gli errori che dovremmo cercare di correggere, come PD e come centrosinistra:
- è vero, la sinistra, soprattutto la sinistra più che il centro, denuncia un ritardo notevole sul tema della sicurezza. Non parlo di Firenze, qui la Giunta ha lavorato molto su questo versante, soprattutto negli ultimi mesi. Ma non c’è dubbio che la destra, forse anche per una sua particolare capacità di “comunicazione” sull’argomento, è decisamente più convincente. Magari non fanno niente, o fanno poco più o poco meno di noi, ma a forza di parlare di manganelli, di armi da dare alla polizia municipale, di sgomberi, di legalità, ecc., alla fine riesce ad interpretare meglio i sentimenti di molti nostri concittadini;
- ho letto che Alemanno, diventato improvvisamente buono (quasi come Veltroni), ha detto che la Sinistra ha stufato un po’ tutti con questa aria di superiorità, con questo credersi sempre e comunque “migliore di altri”. Beh, un po’ è naturale che sia così, tutti pensano di essere migliori di altri, però – diciamoci la verità – non mi sentirei di dire che il neo Sindaco di Roma abbia torto su tutti i fronti. Lasciamo da parte, per favore, i facili umorismi o le risate su Berlusconi o su Bossi: questi hanno dimostrato di saper interpretare meglio di noi gli umori del Paese. E smettiamola, per favore, di credere che la gente debba adeguarsi al nostro modo di pensare e non viceversa. I politici sono percepiti come "casta" anche perché sono percepiti come distanti e "diversi" (evitiamo le facili battute, please) dal resto del mondo. E allora ricominciamo dal linguaggio, ad esempio, cerchiamo di essere comprensibili, rinunciamo a qualche privilegio (quando c'è) e cerchiamo anche di far capire alle persone che amministriamo che non siamo così diversi da loro, che abbiamo i nostri bei giramenti di scatole e i nostri sogni, che andiamo a fare la spesa come loro, che ci incazziamo quando rimaniamo imbottigliati nel traffico, che ci piace ogni tanto andare al cinema o mangiare una pizza con la famiglia o gli amici, che, ebbene sì, da ragazzi ci è capitato anche a noi di suonare i campanelli e scappare. Parlare con le persone, con i cittadini che abbiamo avuto la fortuna di amministrare, parlare con tutti quelli che si rivolgono a noi per segnalare, sollecitare, criticare è senz’altro un esercizio difficile e un po’ faticoso, ma è la cosa più bella che ci poteva capitare e, poi, è anche il nostro principale compito;
- è vero quello che è stato scritto almeno un milione di volte. Gli italiani – e i cittadini romani fra questi – vogliono la novità, non ne possono più della cosiddetta “casta”. E la candidatura di Rutelli non poteva essere la novità, non era il cambiamento, ma anzi è stato percepita come l’ennesima “manovra” della classe politica per sistemare un personaggio un po’ ingombrante. E le primarie? Non avevamo detto che questo sarebbe stato “il” metodo di selezione della classe dirigente? Non avevamo detto che le avremmo proposte per tutte le maggiori responsabilità istituzionali e non solo per quelle?;
- abbiamo perso anche in qualche città della Toscana (Viareggio e Massa), ma anche nelle città dove abbiamo vinto il risultato è stato molto più risicato che in passato. D’altro canto, alle politiche del 13/14 aprile, il risultato del PD toscano è stato forse il migliore dell’intero territorio nazionale. Non credo che questo dato ci possa far stare tranquilli, le elezioni amministrative sono sempre un’altra cosa e,quindi, occhio alla penna, utilizziamo quest'anno che ci separa dalla prossima scadenza elettorale per studiare, lavorare, stare vicini ai cittadini, ascoltarli, spiegare loro le nostre difficoltà o i nostri limiti, insomma cercare di creare nuovi e più diretti canali di comunicazione;
- il PD deve fare ancora molto sulla strada dell’organizzazione e del radicamento sul territorio. Ma direi che la prima cosa da fare è il coinvolgimento dei suoi iscritti e dei suoi simpatizzanti e, forse, anche dei suoi “antipatizzanti”. Troppi uomini soli al comando, troppa estraneità ai processi decisionali anche da parte dei suoi militanti, troppe “kermesse”, pochi dibattiti e poca franchezza, forse perché – ha ragione il Segretario Regionale Manciulli – da troppo tempo si è privilegiata la fedeltà rispetto alla lealtà. E’ strana questa sindrome che attanaglia soprattutto il centrosinistra: da una parte, il “tafazzismo” imperante, il ripetersi il vecchio motto di Bartali (“l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare…”) senza alcun costrutto, dall’altra questa tentazione - o convenienza - continua alla fedeltà assoluta al capo di turno. E, cari amici e compagni, di “yesmen” che stanno alla corte dei nostri potenti locali e nazionali non sappiamo che farcene, mentre forse avremmo bisogno di persone solo leali e capaci. Anche di dire di no quando ce ne sono i motivi.
Andrea